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POPoff @ Roma 2016: POPoff: il ritmo primordiale [6 Giugno 2016]

All’interno del progetto Dominio pubblico, che consente ad artisti under 25 di esprimere il frutto delle proprie fatiche artistiche, si esibisce la compagnia Lost Movement in uno spettacolo firmato Nicolò Abbattista, “POPoff”. Al teatro dell’Orologio sacralità e ritmi del sud a passo di danza.

Un palco buio che va riempiendosi di luce, una scenografia assente, pavimento e muri spogli. La danza, nel corso del tempo,ha educato lo spettatore a contesti minimali, non sempre costituiti da una scenografia e un contorno. Quando l’espressione artistica è alta si assiste alla trasformazione del ballerino stesso in danza, il movimento risiede nel suo corpo e basta a riempire la scena con la sua catarsi. Nulla di nuovo, pare.

Musiche che richiamano immediatamente ritmi sonori popolari. Probabile reinterpretazione delle tarante si potrebbe pensare, e siamo abituati anche a quelli, alla commistione di generi, dove il tarantismo, la sua cultura e la sua danza viene influenzata da passi di contemporaneo che danno vita a forme e coreografie nuove. Ma lo spettacolo che va in scena è altro ancora. Solito ma non solito, si potrebbe dire, elementi già usati ma investiti con punte di novità.

La musica che accompagnerà l’intera esibizione è appunto la musica “pizzicata” o attarantata, ritmi folklorici, impulsivi, battenti, che non sono rivisitazione della taranta, anche se i passi sono quasi totalmente influenzati dal famoso ballo. Un’originale danza e un insolito intreccio. Lo spettacolo, che non vuole essere solo una manifestazione di bello artistico danzato, è legato a un tema ben preciso, non sempre percepito durante lo spettacolo, se non nel finale. Un concetto insito: “Noi siamo ciò che mangiamo” viene citato nella presentazione, “ il cibo non è costituito solo da energia e calorie, ciò che ingeriamo è informazione che porta nel corpo e nelle cellule segnali molecolari che possono regolare o sovvertire i processi basilari della vita. Il cibo scandisce le nostre giornate, è una delle ragioni principali per le quali si lavora, ha inoltre una funzione fondamentale, ci introduce alla vita di relazione, è un modo per entrare in contatto con noi stessi e con gli altri e in questo senso contribuisce allo sviluppo della nostra identità, dei nostri saperi e del nostro modo di percepire la realtà.”

Su questo principio si muovono le vesti nere delle donne. Tendini tesi in gesti netti dal sapore dissacrante, echi lontani, streghe del nuovo millennio, portatrici di sapere e saggezza ancestrale, legata a concetti primari, inesprimibili, come il suono del tamburo che è richiamo viscerale. Baccanti greche, janare campane, menadi folli o donne legate alla terra, accompagnate da due uomini che intervengono in quasi tutti i momenti dello spettacolo, invasati e lucidi contemporaneamente, sciolti e meccanici. Le donne in maggioranza (che sia un richiamo alla matriarcalità della terra, la terra che produce appunto il cibo e il nutrimento, la grande pachamama). Lo spettacolo prosegue in un alternarsi continuo di coreografie sviluppate in sincrono, passi a due e assoli, il tutto sapientemente regolato con le luci che tagliano i corpi, conferiscono profondità e spessore, mettono in evidenza le linee delle danzatrici che si muovono convulse, frenetiche e comunque controllate, composte.

Un giusto amalgamarsi di passi decisi e marcati, netti, puliti, con leggere stonature di coordinazione, e qualche episodio tecnico che andrebbe lievemente raffinato, ma l’impatto, il concetto e il trasporto si mantengono, non vengono spezzati. La danza permea, il piede batte, muscoli tesi nell’espressione dell’inesprimibile atavicità, le musiche sanno di terra, sudore e sangue. Il momento più alto sta nel finale, appunto, dove si coglie il senso e dove l’intero corpo di ballo si esibisce in un momento di euforia, complicità e estasi cosciente. Sacchi di farina che viene distribuita sul palco, lanciata, accompagnata, sparsa. Farina che si sparge sui corpi, che viene setacciata sulla pelle come sacrale momento. La potenza e la spontaneità del gesto, la naturalità dell’elemento porta l’esibizione ad avere i contorni di un rituale.

I sensi vengono mossi in un ballo forsennato, in un’esplosione che ricaccia, dopo tanta musica folkloristica, la famosa canzone dello Zecchino d’Oro che ispira il nome dello spettacolo. Popoff mantiene il ritmo e non è da meno nel reggere la scena rispetto alle belle sonorità di Faraualla. Un passaggio ironico, inaspettato se non per l’anticipazione data dal titolo. Nel frattempo la farina continua ad esser lanciata con gioia “in modo per entrare in contatto con noi stessi e con gli altri e in questo senso contribuisce allo sviluppo della nostra identità, dei nostri saperi e del nostro modo di percepire la realtà.

Lost Movement con “POPoff” cerca di rappresentare le più antiche tradizioni e riti dell’essere umano. Una tribù che si muove a ritmi forsennati tradizionali, dove l’individuo esplora sé stesso, l’ambiente e gli altri. Il grano, simbolo antico di rinascita e fertilità, può diventare trappola per l’uomo moderno profondamente ingordo che arriva a sfidare anche le leggi della natura. Resta un’unica soluzione: portare il proprio essere allo sfinimento.” Al di là dell’intenzionalità di far trasparire o meno il messaggio, al pubblico è stato regalato uno spettacolo apprezzabilissimo, di una compagnia che speriamo rivedere presto con nuovi lavori e proposte originali, che lasciano sperare finché un tamburo continuerà a battere.

Erika Cofone

fonte: www.laplatea.it

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